Parlando di riconoscimento, ascolto e dinamizzazione degli istanti con l’artista pluridisciplinare Anna Laura Longo

Hai dedicato alcuni studi recenti al tema del riconoscimento, pubblicando in merito riflessioni e testimonianze dirette. Da dove è sorta l’attenzione per questo argomento?

Il mio interesse è stato rivolto, in particolare, all’eterogeneità e variabilità nell’esperienza di riconoscimento uditivo, con successive ipotesi di allargamento di campo e di confronto per un’attivazione e sovrapposizione di sfere sensoriali diverse. Ho voluto creare nella fattispecie un percorso di ricerche stratificate con l’intento di costruire una micro-territorialità vera e propria intorno all’argomento, quasi una cartografia. Il processo di riqualificazione del meccanismo di riconoscimento si è esplicitato attraverso una diversità di esperienze e dunque di narrazioni-scritture. Il tutto ha trovato un sostanziale appoggio nella ricchezza della quotidianità.

Ho portato avanti il lavoro anzitutto a livello personale ma anche conducendo incontri laboratoriali sperimentali. Recuperando forme effettive di risveglio sensoriale. Sin dall’inizio è apparso interessante non limitarsi a ri-conoscere in forma fine a se stessa, ma dimostrarsi capaci di osservare se stessi nell’atto di compiere il riconoscimento. Per arrivare a ciò è stato necessario creare una moltiplicazione di “sorveglianze” aderendo proprio al tessuto del quotidiano, allontanandosi da forme di abitudinarietà e di distrazione rispetto agli stimoli provenienti dalla realtà esterna.

E così a partire da episodi di riconoscimento musicale generico la ricerca si è fatta via via più selettiva e circostanziata tenendo conto, ad esempio, dell’impatto emotivo e della diversità degli ambienti di ascolto (interni o esterni), delle sorgenti sonore o della posizione assunta (statica o deambulatoria). Solitamente il discorso del riconoscimento viene impostato seguendo un punto di vista meramente psicologico, si tratta in effetti di un procedimento attuato proprio dalla psiche, ma addentrandosi nell’argomento ci si potrà facilmente rendere conto di come si apra una gamma davvero ampia di ramificazioni possibili. Il mio intento, sin dall’inizio, è stato quello di trasformare questa tematica in un terreno di indagine e in una strada da percorrere per l’azionamento di possibili pratiche artistiche.

Lo spunto è arrivato dalla lettura di alcuni stralci di pagine di Glenn Gould, nelle quali il pianista canadese racconta di come, viaggiando in auto e ascoltando programmi radiofonici, si sia ritrovato involontariamente immesso all’interno di pratiche di auto-riconoscimento e di come ne sia scaturito un curioso e imprevedibile rilevamento di caratteristiche interpretative, legate all’uso personale dello strumento. Il discorso da me portato avanti ha trovato naturalmente un’estensione, attraverso espansioni e intrecci, e mi ha condotta a modulare episodi continuativi e soprattutto documentabili di riconoscimento e di auto-riconoscimento, anche vocale, attraverso registrazioni, comparazioni e ricostruzioni di vario tipo.

L’esperimento ha iniziato così ad assumere una buona delineazione con ulteriori operazioni di approfondimento, suffragate da esplorazioni e perlustrazioni legate al riconoscimento (casuale o indotto) dei volti, dei sapori e degli odori mediante sopralluoghi e costruzioni di itinerari appositi, con conseguenti rilevamenti dettagliati. Il discorso nell’insieme ha comportato riflessioni inerenti la possibilità di costruzione di un tempo quotidiano diversamente scandito e soprattutto internamente scandito, quindi di per sé distinto e degno di essere rilevato.

Infatti “interrogare” il riconoscimento ha significato intervenire sulla qualità e dinamizzazione di ciascun istante. Nei miei scritti imperniati su questa tematica non mancano riferimenti a suggestioni letterarie, con citazioni che coinvolgono autori come M. Proust e J.L. Borges, fra gli altri. Non sono mancate digressioni nel campo della teatralità (e della teatralizzazione più in generale). Ho poi desiderato aggiungere sezioni di approfondimento inerenti le arti figurative, soprattutto la pittura, per i suoi evidenti addentellati con la ritrattistica e, infine, connessioni con la fotografia.

Invito i lettori e le lettrici a immergersi tra le pagine della rivista Musica Domani (n.184) dove si ritrovano alcuni parziali resoconti di questo variegato itinerario in cui il riconoscimento è stato visto come perturbazione ma altresì come avventura. L’esperimento è stato portato avanti per un periodo di tempo abbastanza esteso e tale da consentire un accumulo di ricognizioni possibili e di materiali adeguati.

Spostiamo ora l’attenzione su un altro tema interessante, quello del nascondimento, su cui hai iniziato a impostare un lavoro proprio in questo frangente di tempo….

Trame e stanze del nascondimento è un lavoro in fase di costruzione, che va considerato a tutti gli effetti come una prosecuzione del precedente In un singolo punto nodoso, dove si ritrovano studi sulla curvatura della linea del verso. Cerco in tal modo di generare nuove forme di interazione che riguardino non solo le opere e i fruitori, ma anche le opere stesse, nei loro reciproci rapporti. E così emergono in questo progetto vere e proprie energie di ribaltamento.

In effetti impiegando in vario modo delle tele adesive sto provvedendo a ottenere una copertura delle linee-immagini originarie, in modo tale da restituire all’osservatore una versione decisamente occultata, una porzione “nascosta” o semi-nascosta dell’insieme, generando quasi un ambiente di segretezza. Impiego inoltre plastiche logorate e tessuti in vario modo manipolati.

Si tratta di un’operazione di transizione che anticipa quello che sarà il lavoro successivo, che si intitolerà In lontananza traspirazione di tenebre, in cui l’oscurità sarà vista come una corposa risorsa, come un ambiente da degustare a tutti gli effetti. In entrambi i progetti tenderà a emergere il valore delle risorse interne dell’individuo. Sarà enfatizzato e portato a galla il salto qualitativo- e necessario – tra esteriorità e interiorità nel contesto dell’evoluzione umana.

Il tema dell’occultamento, tra l’altro, è strettamente connesso con quello del riconoscimento, soprattutto se ci ritroviamo a osservare le cose da angolazioni molteplici: basti pensare al territorio del dramma e della tragedia, in special modo del passato. Di ciò ci parla ampiamente Aristotele, ma spostandoci più in prossimità dei nostri giorni Kierkegaard in Timore e tremore ci ricorda questa valenza, arrivando anche a raccontarci qualcosa del dramma moderno. Cito una sua frase: «Ovunque si parla di riconoscimento, si tratta eo ipso di un precedente occultamento. Come il riconoscimento diventa al momento distensivo, rilassante, così l’occultamento è il momento di tensione della vita drammatica.

Nella tragedia greca l’occultamento (e, perciò come sua conseguenza il riconoscimento) è un resto epico che ha il suo fondamento nel fato nel quale essa ha la sua oscura enigmatica origine». E ancora: «Un figlio uccide il padre, ma solo dopo riesce a sapere ch’è suo padre. Una sorella vuol sacrificare suo fratello, ma solo ne momento decisivo ella riesce a saperlo». La lettura di pagine di autori tragici ci restituirà numerosissimi esempi di tale natura.

Sei fautrice di tecniche di deragliamento e di mobilitazione sensoriale. Nelle tue opere rientra una buona dose di straniamento…

Mi interessa di certo promuovere – attraverso i linguaggi artistici – una fuoriuscita dal pensiero ordinario (e più in generale uno svincolamento dalle trappole dell’automatismo) per favorire una vera e propria intraprendenza dello sguardo. Lo sguardo, nella vita e non solo nell’arte, si ritrova ad avere un ruolo catalizzatore, un’energia potente e utile per generare – se necessario- stravolgimento o sommovimento dell’esistente, con conseguenze particolarmente affascinanti dal punto di vista conoscitivo. Diversi studi sullo straniamento ci ricordano proprio come – per resuscitare la nostra percezione della vita- sia necessario perseguire nuove visioni. Il nostro compito è pur sempre quello di vigilare sui rischi di restringimento delle esperienze, dal punto di vista sensoriale e anche emotivo.

Parliamo ora di forme simboliche e dell’uso che ne hai voluto fare nel tuo Viaggio nell’entroterra [moviment-azioni pianistiche], che definisci libro-dispositivo.

In Viaggio nell’entroterra vengono offerti resoconti di interventi musicali originali in cui si determina un connubio tra arte, musica e poesia. Ho costruito il progetto con premurosa flessibilità, ma al contempo con coraggiosa autonomia. I pianoforti abissali, i pianoforti-piantagioni e gli strumenti variamente arricchiti di utensili e oggetti tratti dalla realtà quotidiana non sono altro che avvincenti costruzioni metaforiche. Esse promulgano un nuovo atto conoscitivo. Le installazioni e le “operazioni” pianistiche descritte in questo volume sono state da me progettate proprio con il desiderio di dare corpo a forme simboliche.

Ci tengo molto al fatto che possa essere conosciuto questo eterogeneo percorso in cui non solo i contenuti sono portatori di istanze sperimentali ma anche l’impianto e l’assetto del libro vero e proprio, che ha trovato una contestualizzazione del tutto a sé stante . Non voglio troppo rivelare i dettagli, ci sarà da scoprirli attraverso una conoscenza diretta delle pagine: in attesa di presentazioni, che vorrei avvenissero soprattutto in forma installativa, chi vorrà potrà sin da ora ordinare la propria copia esclusiva. La costruzione di una libertà nel gesto pianistico e performativo prelude, in ogni caso, a una costruzione di libertà di tipo esistenziale.

Sei interessata a inserire il tuo lavoro in una dimensione internazionale. Ci sono novità in tal senso?

Proprio in questi giorni un mio lavoro è partito in direzione della Spagna, per partecipare alla sesta edizione del Premio Ciudad de Móstoles. Non si tratta della prima esperienza iberica. In anni passati ho infatti avuto due interessanti occasioni di confronto con il pubblico spagnolo di Madrid, di cui conservo un piacevole e intenso ricordo. Mi riferisco a un’esposizione di miei occhialoidi con relativa performance, presso il teatro El Montacargas e a una performance musicale nella Escuela de Musica Creativa. Sono stati tradotti inoltre – in lingua spagnola- diversi miei componimenti poetici e anche, in forma integrale, un testo di teatro musicale. A prescindere dalla Spagna anche in Svizzera, a Lugano, si sta preparando una mia installazione per il mese di gennaio 2022 nella Biblioteca Cantonale. E infine in Canada si chiuderà il 26 settembre 2021 la Biennale de Livres d’artistes, in cui è stata convolta una mia opera.

Stai maturando nuove scelte di tipo performativo e producendo scritti inediti di argomento musicale?

Sono impegnata nella stesura di un testo incentrato sull’uso di tecniche di memorizzazione musicale, sviluppate in assenza di vincoli esclusivi con la scrittura. Si sono conclusi in tal senso alcuni esperimenti e mi farà molto piacere farne conoscere i contorni e i risvolti. Inoltre sto ultimando un breve saggio intitolato Elogio del cinque, in cui le particolarità metriche di alcuni brani musicali e le figure musicali stesse vengono messe in relazione con elementi pittorici di tipo figurale e non. Dal punto di vista propriamente sonoro e performativo tra le mie nuove “traiettorie pianistiche” si ritrova il brano Nuovi slanci pausati ( infiltrazioni in un sogno fotosintetico), che contiene allusioni esplicite ai momenti di respirazione cellulare delle piante. Questa musica è stata concepita specificamente per il libro –radura Cloroplasti. Invito i lettori e le lettrici a rimanere aggiornati per conoscere tutti questi sviluppi.

La tua è una visione umanistica particolarmente ricca di sfaccettature. Facendo un passo in direzione della società quali esigenze o urgenze avverti?

C’è molto da riflettere in questo periodo sul concetto di autorità e dominio. Il mio testo di teatro musicale, precedentemente citato, analizza e marca poeticamente proprio le configurazioni possibili legate all’uso del potere, mettendone in evidenza, in particolar modo, le aberrazioni. Il tutto ruota intorno a due termini interessanti: anelito e responsabilità. Questi due termini continuano a rivelarsi degni attenzione. Tra problematicità e dubbi sulle realtà incombenti mi piace tuttavia pensare che sia possibile continuare a scorgere – e delineare – una fragranza del giorno, che comporti a sua volta un attutimento dei dislivelli e delle spigolature esistenti : è forse plausibile riuscire a individuare fasci di luce anche laddove siano presenti o preponderanti grovigli di varia natura.

Chiudiamo con un excursus rapido tra i tuoi libri. Ricordaci i titoli che li caratterizzano e alcune particolarità.

Plasma, libro di esordio edito da Fermenti è una raccolta poetica che assume via via le fattezze di un libro di regia, al tempo stesso libero e calcolato e che tratta la lingua e le materie di cui si compone in modi magrittiani (sto usando le parole del prefatore. Si trattava in quel caso di Mario Lunetta). In Nuove rapide scosse retiniche, delle edizioni Joker, prendo spunto dai movimenti saccadici che compie l’occhio umano per sviluppare, dal punto di vista costruttivo, una dinamicità febbrile anche di tipo sintattico. In Procedure esfolianti (Manni) il fulcro è dato dal processo di esfoliazione, con riferimento specifico a ogni forma di re-invenzione e di rinascita in senso lato.

Questo è il mese dei radiosi incarnati del suolo (Oèdipus) elabora e accoglie il concetto di scansione temporale ipotizzando tuttavia delle presumibili forme di atemporalità. Tra i libri di argomento musicale ricordo volentieri Apparati di suoni metodicamente cruciali (La città e le stelle), in cui descrivo e tratteggio quelli che sono i luoghi di “accensione e tumulto” in riferimento all’arte musicale dell’oggi e prefiguro la necessità di una radicalità in una prospettiva artistica-esperienziale. Universi sonori – Dialoghi sulla musica dei nostri tempi (Nuove Tendenze edizioni) contiene fertili conversazioni con compositrici e compositori della contemporaneità. Sono in generale attratta dall’idea che tra noi e le pagine possano crearsi veri e propri processi osmotici, interessanti flussi di energie per una regolazione dei nostri assetti mentali e emotivi.

Anna Laura Longo è pianista e indagatrice sonora, artista visiva e autrice poliedrica. Per i suoi progetti di tipo multisensoriale ha coniato la dicitura “arte addizionale “. Presente in festival e rassegne su scala internazionale ha approfondito le derivazioni e la natura composita del gesto (extra-musicale e musicale) facendo guadagnare a volte intensità altre volte un’elegante astrazione alle sue azioni poliedriche, variamente esplicitate attraverso originali forme performative o mediante una prassi costruttiva e al contempo progettuale. Rientrano all’interno di queste traiettorie le installazioni, le operazioni musicali e di scrittura e, ancora, le avvincenti ricerche sul concetto di processualità, spazialità, durata e infine elogio dell’invisibile.