38 anni fa la strage di via Pipitone dove morirono il giudice Rocco Chinnici ed alcuni uomini della sua scorta

La consapevolezza di dover morire non si arresta innanzi all’esplicazione del proprio dovere. E ciò ha riguardato in particolar modo il giudice Rocco Chinnici, che oggi ricordiamo nel 38esimo anniversario della sua strage.

In una delle ultime interviste il magistrato ha dichiarato: “la cosa peggiore che possa accadere é essere ucciso. Io non ho paura di morire! Anche se cammino con la scorta sono consapevole che possono colpirmi in qualsiasi momento. Per un magistrato come me é normale considerarsi nel mirino delle cosche mafiose. Ma questo non impedisce né a me né agli altri giudici di continuare a lavorare”.

Rocco Chinnici viene quindi assassinato il 29 luglio del 1983 alle 8 del mattino davanti alla sua abitazione con l’esplosione di una fiat 126 verde imbottita con 75kg di esplosivo parcheggiata in via Federico Pipitone a Palermo. Insieme a lui vengono colpiti dall’esplosione anche il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta come componenti della scorta ed il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi. L’unico superstite é l’autista Giovanni Paparcuri che riporta solo gravi ferite.

Il nome del magistrato palermitano, come tutti sanno, é legato all’idea dell’istituzione del “pool antimafia”, un’organizzazione di magistrati che ha dato una svolta decisiva nella lotta alla mafia. Due sono state le idee geniali di Rocco Chinnici: la prima é la prevenzione dal fenomeno mafioso attraverso l’educazione dei giovani, e la seconda invece, come già precedentemente esposto, la costituzione di un gruppo di magistrati che si occupa delle stesse indagini affinché le notizie e le informazioni raccolte rimangano all’interno del gruppo stesso, in modo tale che se si dovesse verificare l’uccisione di un giudice le sue indagini non vengano sepolte con lui, ma continuano ad essere portate avanti dagli altri del gruppo.

Nasce così il “pool antimafia” formato da quattro giudici istruttori, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe di Lello e Leonardo Guarnotta. Un pool formato magistrati quindi che non hanno invidie e gelosie, ma che sono accomunati dal lavoro di squadra. Il pool è collaborato anche da Pubblici Ministeri, Giuseppe Ayala, Mimmo Signorino, Vincenzo Geraci e Giustino Sciacchitano. Quando bisogna interrogare gli imputati i PM si uniscono ai magistrati istruttori ed avviene così lo scambio di informazioni e di notizie ma anche di idee e di suggerimenti sui modi di come svolgere l’attività investigativa. Con la morte di Chinnici la direzione del pool antimafia é passata ad Antonino Caponnetto che ha poi inserito nel gruppo anche i magistrati Ignazio De Francisco, Gioacchino Natoli e Giacomo Conte.

L’impegno di Rocco Chinnici é stato consistente tanti sul fenomeno mafioso quanto sull’attività culturale. Il magistrato infatti ha partecipato più volte in qualità di relatore a molti congressi e convegni giuridici-socioculturali. Ha sempre creduto nell’impegno dei giovani nella lotta contro la mafia. Si é recato molte volte nelle scuole per parlare agli studenti della mafia e del pericolo della droga ad essa connessa.

In una intervista a I SICILIANI prima di morire, Chinnici afferma: “Sono i giovani che dovranno prendere domani in pugno le sorti della società, ed é quindi giusto che abbiano le idee chiare. Quando parlo a loro della necessità di lottare la droga indico senz’altro uno dei mezzi più potenti per combattere la mafia. In questo tempo storico infatti il mercato della droga costituisce senza dubbio lo strumento di potere e di guadagno più importante. Siamo in presenza di una immane ricchezza criminale che é rivolta soprattutto contro i giovani, contro la vita, la coscienza e la salute stessa dei giovani. Il rifiuto della droga costituisce l’arma più potente dei giovani contro la mafia”.