Ritratto di Claudio Gioè

Di Gino Morabito 

La foto di Fabio Lovino immortala un uomo fiero. Quarantasei anni, occhi azzurri e sguardo ironico. Cresciuto con gli insegnamenti di lealtà, dedizione e disciplina, derivati dalla pratica del kayak, racconta con il sorriso nella voce il suo “spleen siciliano” dopo una vita trascorsa nella Capitale per inseguire il sogno della recitazione.

Talento versatile, di razza, e fascino irresistibile fanno di Claudio Gioè uno degli attori più apprezzati nel panorama italiano. Una intensa carriera tra cinema, teatro e televisione, con la capacità di calarsi in ruoli e generi differenti tra loro, regalando sempre performance straordinarie. E pensare che, quando si è iscritto all’accademia di recitazione, non credeva lo avrebbero preso.

Reduce dal successo di Màkari su Rai 1, boom di audience, è tra gli ospiti del Decennale del Marefestival Salina per ritirare il Premio in ricordo di Massimo Troisi, nella suggestiva cornice dell’isola eoliana dall’1 al 4 luglio.

Quando Massimo è vento a mancare nel 1994, Claudio aveva diciannove anni.
«Purtroppo non ho mai avuto contatti diretti con Massimo. Fin da piccolo, l’ho sempre ammirato come spettatore. Rimane un attore e una figura di impegno civile, sociale e politico di primissimo piano. Ricordarlo è un dovere.» Troisi diceva “ricomincio da tre”. Non tanto azzerare di volta in volta la propria esistenza come una sorta di tabula rasa, quanto piuttosto un modo di riprogettarsi a partire dai valori fondanti di ogni individuo.
«Traslando quel titolo nella mia vita, il primo valore su cui ho edificato è sicuramente la forza di credere in questa fortissima passione che mi ha portato ad andare a Roma, studiando e vivendo lì per ventisette anni.  Il secondo potrebbe essere quello della resilienza: la capacità di resistere in un ambiente molto difficile, estremamente selettivo, cercando di mantenere un minimo di integrità umana (sorride, N.d.R.). Il terzo valore infine è quello di essere tornato a vivere in Sicilia, in un momento storico nel quale la gente sta scappando, con la voglia, il desiderio di ricontattare quanto di bello questa terra ha da offrire e, perché no, provare anche a lavorarci, come avevo già cominciato a
fare trent’anni fa.»

Nella fiction Màkari, tratta dai romanzi di Gaetano Savatteri, interpreta il ruolo di un giornalista e scrittore che ritorna in maniera quasi forzata in Sicilia, una terra che dà e che prende.

«La Sicilia mi ha dato la capacità di gioire della pienezza della sua luce, dei suoi colori, delle sue emozioni… la possibilità di godere di paesaggi mozzafiato. Mi ha dato tutto quello che è il contatto conla mia parte ancestrale, forse la più autentica di me. Il fatto che poi sia completamente circondata dal mare rende difficile andare via. Ma in realtà sono riuscito a fare anche quello: avere come base la Sicilia nel cuore e potermi muovere, non solo con la testa ma anche fisicamente.»

Tornato a vivere a Palermo la trova bella come sempre. Certo, con qualche difficoltà ancora da superare, ma con la fiducia e la speranza da trasmettere intatte alle nuove generazioni.
«Mi piacerebbe che le nuove generazioni avessero fiducia nelle proprie capacità, cercando di migliorare le condizioni di vita di questo martoriato Mezzogiorno, e che nutrissero la speranza di avere una qualità della vita alta, come già la natura ci offre, ma che noi umani, in tutti i modi, cerchiamo di complicarci. Contro questo tipo di atteggiamento autodistruttivo occorrono grande serenità, pazienza e soprattutto tanta speranza.»

La spiaggia di Mondello d’estate, Claudio Gioè è cresciuto lì.
«Ricordo che con mia nonna andavamo al mare la mattina e tornavamo la sera. Ed era uno stare meraviglioso, in quella culla paradisiaca di acqua e sabbia. Oggi, fra le capanne e le sdraio, è sempre più difficile trovare un po’ di spiaggia libera. E anche questo spero che, con il tempo, possa migliorare. Ci affidiamo alla Bolkestein.»

L’agrodolce della caponata, lo sfrigolio delle panelle calde, la casa.
«Sicuramente, per “sentirmi a casa”, non deve mancare un rifugio da tutto il resto, un posto dove potermi appartare e anche del buon cibo.»

A volte impaziente, oltremodo esigente nei confronti di sé stesso e degli altri, sostanzialmente un gran rompiscatole.
«Vorrei che gli altri mi vedessero come una persona buona, gentile, sempre disponibile e che non scassa mai la minchia!»

Oziare, di tanto in tanto, e credere profondamente nel diritto alla felicità di ognuno.
«La mia dimensione di felicità può essere quella in cui il mio benessere psicofisico è superiore a tutte le altre forme raccontate dalla narrazione comune. Posso dirmi veramente felice quando sto bene con me stesso, sentendomi un adeguato rappresentante di ciò che sono.»

Attore tra i più apprezzati nel panorama italiano, si è distinto fin dagli esordi lavorando al fianco di registi come Luca Guadagnino, Marco Tullio Giordana, Riccardo Milani. Tantissima televisione alternata al grande schermo, dove la narrazione cinematografica è una storia in cui immedesimarsi ecredere.

«Per fare questo mestiere, c’è bisogno di credere alle bugie più di ogni altro lavoro. La differenza è che lo si fa in un contesto dove l’intento è dichiarato. Sul palcoscenico diventa necessario e utile mentire, e il rapporto con la verità è molto relativo. Può essere vera una scena anche se non accade realmente nelle sue dinamiche più intime, ma è una verità che viene accettata in quanto tale, in un ambito dove la bugia può diventare verità. In teatro il gioco delle bugie è ammesso e necessario, e serve a dirsi le verità più intime, più scomode a volte.»

La paura di non avere il tempo necessario per godere appieno di tutto quello che la vita ha da offrire e lasciarsi ispirare da una massima di Lao Tzu: “ciò che è flessibile riesce a crescere”. L’adulto Gioè ammonisce il giovane Claudio.
«Al giovane Claudio consiglierei di prendersela meno se la realtà produttiva e lavorativa che lo circonda da ragazzo non risponde esattamente alle sue necessità espressive. Gli direi di essere più indulgente con un sistema che non sempre ha la capacità di accogliere tutto lo “sturm und drang” che un artista, un attore può avere a vent’anni. Gli suggerirei magari di non sprecare inutilmente energie in qualche elemento di ribellione (com’è successo in passato), quanto piuttosto di concentrarsi sulla ricerca di ciò che è veramente importante per sé stesso.»